Come dare le dimissioni: la guida completa
Vuoi sapere come dare le dimissioni nel modo giusto? In dieci anni da recruiter ho visto uscire centinaia di persone da un’azienda. Alcune nel modo giusto: con i tempi rispettati, la testa lucida, senza bruciarsi niente. Altre nel modo sbagliato — di pancia, senza sapere a cosa avevano diritto, scoprendo solo dopo di aver perso soldi o margine di manovra che potevano tenersi.
Questa guida mette insieme la parte pratica (procedura, preavviso, giusta causa, NASpI) e quella che nessun sito legale ti racconta: cosa succede davvero nella testa di chi sta dall’altra parte, e come usarlo a tuo favore.
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Indice dei contenuti
Prima di dare le dimissioni: 3 domande da farti
Dalle dimissioni non si torna indietro facilmente (ne parlo più avanti, nel capitolo sulla revoca). Prima di scrivere qualsiasi cosa, fatti tre domande:
- Ho già in mano un’offerta scritta? Non una promessa verbale, non un “ci sentiamo la prossima settimana”: una lettera o una mail con RAL, livello di inquadramento e data di inizio. Senza questo, stai saltando nel vuoto.
- Sto scappando da qualcosa o andando verso qualcosa? Sono due situazioni diverse. Se il problema è specifico — un capo, un progetto, un collega — a volte si risolve senza cambiare azienda. Se il problema è il ruolo o il settore, cambiare è l’unica strada. Ho scritto una checklist per distinguere i due casi: 10 segnali che devi cambiare lavoro.
- Ho sistemato quello che c’è da sistemare prima di andarmene? Oppure ho considerato quello che devo fare prima di dare le dimissioni? Documenti, accessi, passaggio di consegne, ferie residue. Su questo ho dedicato un articolo a parte, con la checklist pratica: cose da fare prima di lasciare il tuo lavoro.
Come comunicare le dimissioni al tuo capo
La comunicazione informale viene prima di quella formale. Prima ancora di inviare qualsiasi documento, il tuo capo diretto dovrebbe saperlo da te — non da un collega, non da un’email protocollare arrivata all’ufficio HR.
Come si fa in pratica, cosa dire, come gestire le domande scomode che arrivano subito dopo (“posso fare qualcosa per farti restare?”, “dove vai?”): ho scritto una guida intera solo su questo, con gli script che uso io: come comunicare le dimissioni al tuo capo.
Qui mi concentro sulla parte che quella guida non copre: cosa succede dopo la conversazione — la procedura, i termini, i diritti.
La procedura: come si danno le dimissioni volontarie nel 2026
Dal 2016 le dimissioni volontarie della maggior parte dei lavoratori subordinati non si danno più a voce o su carta: vanno trasmesse in modalità telematica, altrimenti non sono valide.
Come funziona, passo per passo:
- Accesso al portale. Puoi procedere tu stesso tramite SPID o CIE sul portale Cliclavoro o INPS, oppure farti assistere gratuitamente da un CAF, un patronato o un sindacato — utile soprattutto se il tuo caso non è lineare (part-time, contratto a termine, giusta causa).
- Compilazione del modello unificato. Indichi i dati del rapporto di lavoro, la data di decorrenza delle dimissioni e la tipologia (volontarie o per giusta causa).
- Calcolo della data. La data che scegli deve tenere conto del preavviso dovuto (vedi capitolo dopo): è il primo giorno in cui non sarai più dipendente, non il giorno in cui invii la comunicazione.
- Invio. Il sistema genera un documento trasmesso via PEC sia al datore di lavoro sia all’Ispettorato del Lavoro competente. Conserva la ricevuta PDF: è la tua prova, in caso di contestazioni.
Un errore che vedo spesso: dare le dimissioni “a voce” pensando che basti, e poi rendersi conto — magari a rapporto già logorato — che formalmente il contratto è ancora attivo perché la procedura telematica non è mai partita.
Il preavviso: quanto dura e cosa succede se non lo rispetti
Il preavviso non è una gentilezza verso l’azienda: è un obbligo contrattuale. La durata non è fissa per legge — la stabilisce il CCNL applicato al tuo contratto, e varia in base a due fattori: il tuo inquadramento (impiegato, quadro, dirigente) e la tua anzianità di servizio. Può andare da poche settimane a diversi mesi per i livelli più alti.
Dove trovarlo: sul tuo contratto individuale, o cercando il CCNL di riferimento e la voce “preavviso” nella sezione sul recesso.
Se non rispetti il preavviso, il datore di lavoro ha diritto a trattenere dalle tue ultime competenze un importo pari all’indennità sostitutiva del mancato preavviso — in pratica, ti fa pagare i giorni che non hai lavorato ma dovevi. Vale anche il contrario: se è l’azienda a non farti lavorare fino alla fine del preavviso pur avendolo tu offerto, è lei a doverti quella indennità.
Dimissioni per giusta causa: quando si può lasciare subito
C’è un caso in cui il preavviso non serve: le dimissioni per giusta causa (art. 2119 del Codice Civile). Si applicano quando è il datore di lavoro a essere gravemente inadempiente — al punto che continuare il rapporto, anche solo per la durata del preavviso, non è più sostenibile.
Esempi concreti che rientrano tipicamente nella giusta causa: mancato pagamento della retribuzione per più mensilità, mancato versamento dei contributi, demansionamento grave e ingiustificato, molestie o mobbing documentati, mancata sicurezza sul luogo di lavoro dopo segnalazioni formali.
In questi casi puoi lasciare senza preavviso e hai comunque diritto a ricevere dal datore di lavoro l’indennità sostitutiva del preavviso — il contrario di quello che succede nelle dimissioni volontarie, dove sei tu a doverla eventualmente pagare.
Attenzione alla scelta della casella giusta nel portale telematico. Se indichi “dimissioni volontarie” quando in realtà avevi diritto alla giusta causa, l’INPS valuta la domanda di NASpI in base a quello che hai dichiarato — e un rigetto è difficile da correggere in un secondo momento. Se il tuo caso non è cristallino, prima di procedere fatti assistere da un CAF, un patronato o un consulente del lavoro.
NASpI: quando spetta se ti dimetti
Qui si gioca la parte che pesa di più sul portafoglio, ed è anche quella con più confusione in giro.
Dimissioni volontarie: di norma NO. La NASpI (l’indennità di disoccupazione) è pensata per chi perde il lavoro involontariamente. Se te ne vai per scelta tua, in genere non ne hai diritto. Esistono eccezioni riconosciute: dimissioni durante il periodo protetto di maternità/paternità (dalla gravidanza fino ai tre anni di vita del bambino), o dimissioni per giusta causa collegate a un trasferimento in un’altra sede aziendale oltre una certa distanza.
Dimissioni per giusta causa: SÌ. Proprio perché la legge le considera una cessazione “involontaria” — sei tu a firmare, ma è il comportamento del datore di lavoro a costringerti — hai diritto alla NASpI, a condizione di avere i requisiti contributivi richiesti (almeno 13 settimane di contributi negli ultimi 4 anni, più i giorni di lavoro effettivo previsti dalla normativa).
Questo è il motivo per cui la casella “giusta causa” nel portale, quando spetta davvero, va sempre selezionata: non è solo una formalità, è la differenza tra avere un sostegno al reddito nei mesi successivi o no.
La lettera di dimissioni: cosa scrivere (e cosa no)
La procedura telematica è l’atto che rende ufficiali le dimissioni. Ma nella pratica quotidiana di molte aziende, soprattutto per correttezza verso il tuo responsabile diretto, è ancora normale accompagnarla con una lettera — anche solo via email — che comunica la tua decisione in modo formale e cortese.
Cosa deve contenere: data, dati tuoi e dell’azienda, dichiarazione chiara della volontà di dimetterti, data di decorrenza calcolata sul preavviso, eventuale disponibilità per il passaggio di consegne. Cosa evitare: sfoghi, motivazioni polemiche, dettagli che non aggiungono nulla — la lettera di dimissioni non è il posto per regolare conti.
Ho scritto una guida dedicata solo a questo, con un fac-simile pronto da adattare: come scrivere una lettera di dimissioni.
Dimissioni durante il periodo di prova: regole diverse
Se ti dimetti durante il periodo di prova, le regole cambiano rispetto a quelle viste finora. Il patto di prova esiste proprio per dare a entrambe le parti — te e l’azienda — la possibilità di recedere liberamente, senza dover motivare la scelta.
Nella maggior parte dei casi il preavviso non è dovuto, oppure è ridotto a pochi giorni: dipende ancora una volta dal CCNL applicato, che spesso prevede un preavviso specifico (più breve) proprio per il periodo di prova. Va comunque rispettata la procedura telematica: anche in prova, le dimissioni verbali non bastano.
Cosa succede a TFR, ferie e ratei quando ti dimetti
Indipendentemente dal motivo delle dimissioni, alcune voci ti sono dovute per legge e non dipendono dal preavviso:
- TFR (trattamento di fine rapporto): maturato per ogni anno lavorato, va liquidato con l’ultima busta paga o entro i termini previsti dal CCNL — mai perso, qualunque sia il motivo per cui te ne vai.
- Ferie non godute: se hai ferie residue che non sei riuscito a smaltire, l’azienda te le liquida in busta paga. Non esiste l’obbligo di “bruciarle” prima dell’uscita, anche se molte aziende lo preferiscono per organizzazione interna.
- Ratei di tredicesima (e quattordicesima, se prevista): proporzionati ai mesi effettivamente lavorati nell’anno in corso.
Controlla l’ultima busta paga con attenzione: è il documento che certifica se tutte queste voci sono state conteggiate correttamente.
Puoi cambiare idea? La revoca delle dimissioni
Sì, entro certi limiti. La legge riconosce al lavoratore 7 giorni di tempo dalla data di trasmissione della comunicazione telematica per revocarla, con la stessa procedura online usata per presentarla. Trascorsi i 7 giorni, la revoca richiede l’accordo del datore di lavoro: non è più un tuo diritto automatico, ma una trattativa.
Per questo la scelta della data di decorrenza non va presa di getto: hai una finestra breve per tornare sui tuoi passi, non una lunga.
L’errore che vedo più spesso: la controproposta
Un cliente rimase quando l’azienda, per trattenerlo, gli offrì la promozione a manager — più responsabilità — e un aumento del 20% che pareggiava l’offerta ricevuta da un’altra azienda. Dopo sei mesi si ritrovò con le vecchie attività operative, quelle che gli avevano promesso di passare a qualcun altro e non lo avevano fatto, più tutte le responsabilità nuove del ruolo. E quando faticava a starci dietro, la risposta era sempre la stessa: “hai voluto tu la promozione, adesso devi dimostrare di essere all’altezza.” Dopo un anno era di nuovo a cercare lavoro.
La controproposta non aveva risolto il problema: l’aveva solo rimandato, raddoppiando il carico di lavoro nel frattempo.
Non è una regola assoluta — a volte una controproposta è legittima e risolve davvero qualcosa. Ma prima di accettarla, fatti una domanda semplice: il motivo per cui te ne stavi andando sparirà davvero con più soldi o un titolo diverso, o è un problema strutturale che tornerà tale e quale? Se è la seconda, la controproposta sta comprando tempo, non risolvendo il problema.
FAQ — Domande frequenti
La lettera di dimissioni è obbligatoria?
No: quello che rende ufficiali le dimissioni è la procedura telematica su Cliclavoro/INPS. La lettera è una prassi di cortesia verso il tuo responsabile diretto, non un obbligo di legge.
Quanti giorni di preavviso servono con un contratto a tempo indeterminato?
Non c’è un numero fisso: lo stabilisce il CCNL applicato, in base al tuo livello di inquadramento e alla tua anzianità. Va verificato sul contratto individuale o sul CCNL di categoria.
Il datore di lavoro può rifiutare le dimissioni?
No. Le dimissioni sono un atto unilaterale: non serve l’accordo del datore di lavoro per essere valide, a differenza di quanto succede per una risoluzione consensuale. L’azienda può solo pretendere il rispetto del preavviso.
Posso dare le dimissioni senza preavviso?
Sì, ma solo in due casi: se sei in giusta causa (il preavviso non è dovuto), oppure se accetti di pagare all’azienda l’indennità sostitutiva del mancato preavviso.
Le dimissioni per giusta causa danno diritto alla NASpI?
Sì, a differenza delle dimissioni volontarie: sono considerate una cessazione involontaria del rapporto, quindi rientrano tra i requisiti che danno accesso alla NASpI, sempre che tu abbia i requisiti contributivi minimi.
Prima di firmare qualsiasi cosa, scarica “La guida per la tua carriera”
Il metodo per capire se lasciare è la scelta giusta, e come muoverti prima di decidere.
Dare le dimissioni non è solo compilare un modulo. È una decisione che ha una parte tecnica — preavviso, giusta causa, NASpI — e una parte umana, che nessun sito legale ti spiega: come dirlo, quando dirlo, e a chi credere se ti offrono di restare.
Hai un dubbio sul tuo caso specifico? Scrivimelo nei commenti, oppure trovami su LinkedIn, dove parlo di carriera, dimissioni e colloqui ogni settimana.
Monica

Sono Monica Lucadello, consulente di carriera e orientatrice ASNOR. Per 10 anni ho fatto la recruiter: migliaia di CV letti e altrettanti colloqui condotti dall’altra parte del tavolo. Oggi aiuto le persone a trovare — e cambiare — lavoro. LinkedIn Top Voice.









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